Nel Mezzogiorno la presenza dei santi e delle figure devozionali è sempre stata una costante. Alcuni di questi furono spesso ai margini del calendario ufficiale, e ciononostante entrarono nella vita quotidiana dei devoti, diventando parte del paesaggio simbolico della comunità. Furono veri e propri punti di riferimento: figure a cui ci si affidava per intercessioni o grazie.
Abbiamo scelto di dedicarci nei prossimi mesi a questi temi (tradizioni, riti, liturgie e credenze popolari del Sud), perché compongono la fitta trama simbolica che definisce l’identità delle popolazioni meridionali. Ben lontane dall’essere mere curiosità folcloriche, essi sono elementi che ci aiutano a comprendere la cultura e la mentalità di un territorio così complesso. Dentro questi riti si nasconde un modo di stare al mondo che spesso sfugge alle letture più superficiali.
Per iniziare questo percorso, partiamo proprio da uno degli studiosi che più di tutti ha saputo leggere il popolo con gli occhi della storia e dell’antropologia: Giuseppe Pitrè (1841-1916). La sua opera più nota, Usi, costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano (1889), è ancora oggi una fonte preziosa di studio e di analisi.
Da lì prendiamo le mosse per analizzare la figura delle anime dei corpi decollati. Si tratta di figure senza aureola, senza reliquie e spesso senza nemmeno un nome preciso, che, pur non avendo un altare sacro, hanno goduto di una devozione profonda tra la popolazione siciliana.
BREVE STORIA DI UN CULTO PARALLELO – Il culto delle anime dei corpi decollati affonda le sue radici nella Sicilia del Cinquecento, quando la pena di morte era frequente e spettacolarizzata. Palermo, centro amministrativo del Regno, divenne anche capitale giudiziaria: qui confluivano i processi, si alzavano le forche e si decapitava in pubblico. Proprio in questo contesto, nel 1541 nacque la Compagnia dei Bianchi, confraternita di nobili e cittadini devoti che si prendeva cura dei condannati, assistendoli spiritualmente sino all’esecuzione. Altre confraternite sorsero a Messina, Catania e Trapani. L’assistenza ai giustiziati divenne una prassi devozionale, che col tempo slittò verso il culto popolare. Tra Seicento e Ottocento, il popolo siciliano iniziò a invocare le anime dei giustiziati come protettori: uomini e donne uccisi dalla giustizia umana ma – a parere del popolo – accolti dalla misericordia divina. In una terra dove la giustizia era spesso arbitraria e la religiosità profondamente anticlericale, il popolo si fece giudice ultimo dell’anima di quei condannati.
PECCATORI E FURFANTI, L’ETERODOSSIA POPOLARE – Questi culti si situavano in una posizione chiaramente eterodossa rispetto all’orizzonte del culto cattolico ufficiale. Non si tratta di santi in senso stretto, né tantomeno di esempi di vita virtuosa: erano perlopiù criminali, assassini e uomini turpi. Erano colpevoli e immorali, ma in prossimità del patibolo questi individui avevano conosciuto il pentimento, l’angoscia e la consapevolezza della fine imminente. Tutto ciò dava origine a una forma di espiazione: secondo la logica di perdono divino, la morte violenta veniva così riletta come strumento di redenzione.
Le anime dei corpi decollati erano percepite come sospese e viranti verso la purificazione. Grazie a questa condizione di espiazione continua, esse diventavano figure a cui rivolgersi nei momenti di pericolo o smarrimento.
I LUOGHI DI CULTO: IL PELLEGRINAGGIO E LA DEVOZIONE DOMESTICA – Il culto si svolgeva spesso in spazi periferici e defilati (chiese minori, cappelle isolate, piccoli oratori di campagna), dove la ritualità popolare poteva esprimersi liberamente senza i vincoli dell’ortodossia liturgica. Il cuore pulsante di questa devozione si trovava a Palermo, nella Chiesa delle Anime dei Corpi Decollati (oggi Maria SS. Carmelo ai Decollati), posta sulle rive del fiume Oreto. In origine era nota come la Madonna del Fiume, e ancora oggi, nonostante l’avanzare del tempo, conserva i segni evidenti della sua funzione originaria. Sorge accanto all’antico cimitero dei giustiziati, nei pressi del Ponte dell’Ammiraglio, in un paesaggio silenzioso, dominato da cipressi e oleandri, che restituisce intatta l’atmosfera austera e funebre del luogo.
Ancora nel XIX secolo, proprio dinanzi all’ingresso della chiesa – sormontato da una piramide funeraria – venivano esposte le teste mozzate dei condannati. Era una pratica cruda e densa di significato simbolico: serviva a intimidire e a ricordare. All’interno, le pareti erano ricoperte da dipinti che descrivevano miracoli, apparizioni e protezioni ricevute. Spesso si trattava di scheletri armati, di figure spettrali che intervenivano in difesa dei vivi: fermavano i ladri, proteggevano le case, allontanavano le aggressioni e salvavano gli uomini in mare.
Due volte a settimana – il lunedì e il venerdì – si svolgeva un pellegrinaggio. Uomini e donne partivano dalle campagne vicine, spesso a piedi scalzi, per raggiungere il santuario. Durante il cammino si recitava un rosario speciale, integralmente formulato in dialetto. Si trattava, a rigore, di una sorta di litania popolare che era costruita per evocare quelle anime sospese. Accanto alla dimensione pubblica e rituale del culto, si sviluppava una devozione domestica. Essa si esercitava con la novena notturna. Chi non poteva recarsi al santuario (per età, malattia, povertà o semplice impossibilità) apriva le finestre o la porta della propria casa, accendeva una candela davanti a un’immagine votiva e recitava il rosario speciale. Durante la novena, si attendeva che gli spiriti si manifestassero attraverso suoni e presagi. Il canto del gallo nel cuore della notte, il miagolio improvviso di un gatto – considerato in questo caso annuncio funesto – il rumore sordo di passi nel cortile, o lo scricchiolio di una carrozza invisibile.
LA TEOLOGIA DEL ROVESCIAMENTO E GLI AMBITI DI PROTEZIONE – La teologia cattolica ufficiale ha a lungo fondato il concetto di santità sul principio della purezza. La santità è uno stato di perfezione morale e spirituale, separato dal peccato e conforme all’ordine divino. I santi, per questa ragione, sono modelli da imitare. Per ciò che riguarda la nostra analisi, invece, il principio è antitetico. La figura del giustiziato è quella di un condannato pubblico, reso visibile dalla sua colpa; eppure, proprio lui diventa intercessore e protettore. Si tratta di una vera e propria teologia del rovesciamento, in cui la redenzione nasce dal basso attraverso il sangue e la sofferenza.
Giuseppe Pitrè registrò numerosi racconti di miracoli attribuiti a queste anime. Nella cultura popolare siciliana, nessun ambito della vita quotidiana era estraneo alla loro protezione: viaggi, malattie, parti difficili, traversate in mare e cammini notturni. Due erano, in particolare, gli ambiti privilegiati in cui le anime dei decollati esercitavano la loro tutela. Il primo era il viaggio, sia per terra che per mare. Il secondo era la difesa contro un male violento: aggressioni, briganti, ladri e assalti notturni.
In molti dipinti le anime appaiono come scheletri armati usciti dalle tombe per salvare i devoti. Si vedono mentre disarmano i banditi, confondono i malfattori e proteggono viandanti e donne sole. In mare, la loro presenza si faceva sentire tra i venti impetuosi e le onde furiose. Erano a tutti gli effetti degli intercessori marittimi.
IL PANTHEON SIMBOLICO E IL RAPPORTO CON LA MODERNITA’ – La devozione per le anime dei corpi decollati appartiene ormai a una stagione trascorsa della religiosità popolare. È una pratica in declino, come molte delle forme rituali che un tempo scandivano con regolarità la vita collettiva. Ma il suo tramonto visibile non deve trarre in inganno, perché ciò che è venuto meno sul piano esteriore sopravvive in filigrana come bisogno etico ancora in cerca di forma.
Questo culto, al suo apice, costituiva una vera e propria teologia della frontiera, capace di mettere in discussione le categorie canoniche della colpa, della pena e della salvezza. In luogo della purezza che santifica, il culto dei decollati proponeva una redenzione che nasceva dal basso, dal dolore e dalla vergogna. Da un punto di vista antropologico, la costruzione di un pantheon alternativo – popolato da santi senza altare, da martiri senza gloria e da anime irregolari che la comunità ha elevato a intercessori – è un segnale chiaro alla religione istituzionale.
Oggi ci si potrebbe chiedere cosa rimanga di tutto questo. In apparenza, molto poco: le pratiche che abbiamo descritto sopra sono ormai quasi scomparse. Tuttavia, il bisogno di giustizia che non si esaurisce nella punizione è ancora vivo e vegeto. In tale maniera, la devozione popolare per le anime dei corpi decollati è la quintessenza della misericordia popolare. Esattamente qui si intravede quel modo di stare al mondo che troppo spesso abbiamo smarrito.