C’è una lingua nascosta tra gli ulivi nodosi e le pietre bianche del Salento. È il griko, idioma antico e orgoglioso che da secoli resiste allo sgretolamento imposto dalla modernità. Prima che fosse troppo tardi, ci fu un uomo che raccolse ogni parola, ogni canto, ogni storia: Vito Domenico Palumbo. Rivoluzionario polemico e combattivo, sfidò preti, giornalisti e politici per difendere quella cultura minacciata dalla modernità e dall’indifferenza. A raccontarci questa straordinaria figura c’è Silvano Palamà, uno studioso calimerese, tenace e appassionato, che combatte ogni giorno per difendere questo immenso patrimonio linguistico.
Dottor Palamà, chi era davvero Vito Domenico Palumbo?
Palumbo era un intellettuale poliedrico e direi battagliero. Nato nel 1854 e morto nel 1918, dedicò la sua vita a raccogliere la memoria orale dei Griki del Salento. Per quarant’anni annotò canti, favole, proverbi, in centinaia di manoscritti. Un lavoro simile a quello che in Germania fecero i fratelli Grimm. Senza Palumbo, buona parte della nostra cultura sarebbe scomparsa per sempre.
Quindi, un precursore della difesa delle minoranze linguistiche?
Certamente. Ma non solo linguista. Fu un politico, un rivoluzionario. Nel 1906, durante il primo sciopero dei contadini a Calimera, sostenne apertamente la protesta. I contadini venivano sfruttati, pagati miserevolmente in cibo scadente per giornate interminabili di lavoro. Lui li incoraggiò a rivendicare i loro diritti. Nel 1907, divenne persino vicesindaco per portare avanti queste battaglie.
Mi ha incuriosito questa storia dello sciopero. Fu davvero così violento?
Sì, fu una rivolta dura, disperata. I contadini protestarono davanti al Comune, lanciarono anche una bomba. Intervennero i carabinieri, ci furono arresti, feriti, forse qualche morto. Calimera finì persino in prima pagina sulla Domenica del Corriere. Due fratelli di mia nonna furono arrestati. Una storia di miseria e coraggio che ancora oggi raccontiamo.
Palumbo partecipò direttamente alla protesta?
Non solo partecipò, ma scrisse anche una “Marsigliese dei contadini”, incitando alla lotta e alla dignità. L’anno dopo venne eletto vicesindaco, e non si tirò mai indietro quando c’era da affrontare questioni spinose. Ebbe persino un duello con un giornalista che definì il griko un “greco corrotto”. Palumbo sfidò quel giornalista e lo ferì. Il suo impegno intellettuale aveva anche un volto molto concreto.
Ma oggi tutto il patrimonio che Palumbo ha raccolto che fine ha fatto?
Ha avuto una storia romanzesca. I manoscritti finirono a Costantinopoli, poi con la guerra greco-turca del 1922 furono trasferiti ad Atene. Per decenni nessuno li usò perché erano scritti in caratteri greci antichi, illeggibili per i greci moderni. Così, io e il professor Rocco Aprile abbiamo deciso di recuperarli e tradurli con l’aiuto indispensabile di madrelingua salentini e studiosi greci moderni.
Un lavoro immenso, quindi?
Assolutamente. Migliaia di pagine, riorganizzate per temi: poesie, fiabe, proverbi, tradotti in italiano e in greco moderno. Tra l’altro, abbiamo scoperto che Palumbo aveva creato un dizionario di griko mezzo secolo prima di quello famoso di Rohlfs.
Ma questa lingua oggi vive ancora o è condannata a scomparire?
È appesa a un filo. Prima si vergognavano tutti di parlarla, era considerata roba da poveri. Oggi è diverso: ora è motivo d’orgoglio. I greci moderni vengono qui a “lavare i loro panni in Arno”, ritrovano parole antiche che hanno dimenticato. È una lingua pura, congelata nel tempo.
Cosa resta da fare oggi per difendere la lingua grika?
Tantissimo. Serve digitalizzare, catalogare, creare musei e fondazioni. Palumbo ci ha lasciato una biblioteca straordinaria, che oggi finalmente è al sicuro. Ma è fondamentale continuare a usarla, scrivendo, cantando, facendo teatro. Io sono ottimista: finché c’è chi ricorda, c’è speranza.
Lei ha parlato di vergogna iniziale, poi di un revival. Come è avvenuto questo passaggio?
Inizialmente il griko era un marchio negativo. Poi negli anni Settanta si riscopre il suo valore identitario. Scrittori e studiosi come Morosi, Rohlfs e Gabrieli hanno restituito dignità alla lingua. Con la legge sulle minoranze linguistiche del 1999, l’interesse è cresciuto ancora, finalmente riconosciuto come patrimonio da custodire.
Calimera è speciale rispetto ad altri comuni della Grecìa Salentina. È vero?
Verissimo. Qui c’è stato Palumbo. Qui, più che altrove, la gente ha capito che il griko non era solo roba da poveracci, ma una ricchezza straordinaria. Questo è il merito fondamentale di Palumbo: aver dato dignità a una lingua che altrimenti sarebbe morta nel silenzio.
Quindi qual è l’essenza della cultura grika secondo lei?
L’incontro, l’accoglienza. Noi non siamo greci o italiani, siamo griki: un incrocio unico di popoli e lingue. Il Salento è terra d’accoglienza, lo è sempre stata per necessità e poi per scelta. La nostra cultura non è chiusa, è aperta al mondo. E questo, oggi, è il nostro punto di forza più grande.
Un’ultima domanda: è davvero possibile salvare questa lingua?
Sì, se sapremo mantenere vive le radici adattandole al presente. Il futuro del griko dipende da noi. È una battaglia dura, ma io, da uomo del Sud, credo nella tenacia di questa terra. Palumbo lo sapeva bene: non basta ricordare, bisogna agire. La memoria, d’altronde, non si conserva da sola.